Il biofilm non è sporcizia: si organizza in fasi, e i tempi determinano la frequenza
Chiamare la placca sporcizia è comodo con il paziente e fuorviante per chi deve deciderne la gestione, perché suggerisce che il problema sia la quantità invece dell'organizzazione.
Il biofilm è una comunità strutturata che si forma per fasi prevedibili, e conoscere i tempi di ciascuna spiega perché la frequenza dell'igiene conti più della sua intensità.
La prima fase inizia entro pochi minuti da una pulizia professionale. Proteine e glicoproteine salivari si depositano sulla superficie dentale formando la pellicola acquisita.
Quella pellicola non è rimovibile con lo spazzolamento ed è il substrato su cui tutto il resto si costruisce: nessuna superficie in bocca resta nuda.
Nelle ore successive aderiscono i colonizzatori primari, prevalentemente streptococchi e actinomiceti, che riconoscono recettori specifici sulla pellicola.
Sono batteri aerobi e in gran parte compatibili con la salute: la loro presenza non è il problema, e tentare di eliminarli del tutto non è né possibile né utile.
Nei giorni seguenti la comunità cambia composizione. Il consumo di ossigeno negli strati profondi crea condizioni che favoriscono gli anaerobi, e i colonizzatori tardivi si legano ai primari attraverso specie ponte come Fusobacterium.
È in questa fase che la comunità acquisisce il potenziale patogeno, ed è il motivo per cui il tempo conta: un biofilm di ventiquattro ore e uno di una settimana sono comunità diverse.
La matrice extracellulare che i batteri producono protegge la comunità dagli antimicrobici, e spiega perché i collutori abbiano efficacia limitata su un biofilm maturo mentre agiscono su uno appena formato.
Da qui la conclusione pratica che vale più di ogni istruzione sulla tecnica: la rimozione completa una volta al giorno è più efficace di una rimozione parziale tre volte.
Se la disgregazione avviene prima che la successione si completi, la comunità riparte ogni volta dalla fase compatibile con la salute, ed è esattamente l'obiettivo.
Il tartaro è un biofilm che ha mineralizzato, e questo lo rende irremovibile con mezzi domiciliari. È il punto in cui la responsabilità passa dal paziente allo studio.
In sintesi: la pellicola si riforma in minuti e non si evita, i colonizzatori primari sono compatibili con la salute, il potenziale patogeno arriva con la maturazione, la matrice protegge dagli antimicrobici, e una rimozione completa quotidiana batte tre parziali.