Mascherine in tessuto: dove hanno senso in uno studio dentistico, e dove non devono entrare
Perché una mascherina in tessuto non è un dispositivo medico e non sostituisce una chirurgica alla poltrona, quali impieghi restano legittimi, e cosa succede al tessuto quando si inumidisce.
Cominciamo dal punto che conta di più, perché è quello su cui un'informazione ambigua fa danno. Una mascherina in tessuto non è un dispositivo medico: non è sottoposta ai test previsti dalla norma europea EN 14683 per le mascherine chirurgiche, quindi non ha un'efficienza di filtrazione batterica dichiarata e verificata, non ha una classificazione di resistenza alla penetrazione di liquidi, e non ha requisiti di respirabilità misurati. Non è un prodotto di qualità inferiore: è un prodotto di categoria diversa, e non può sostituire una mascherina chirurgica in nessuna procedura clinica, tanto meno in quelle che generano aerosol. Alla poltrona, durante l'uso di turbina o ablatore, serve una mascherina di tipo IIR, che è quella con la resistenza agli spruzzi.
Il motivo tecnico è concreto e riguarda l'umidità. Il tessuto assorbe: il vapore acqueo del respiro lo inumidisce dall'interno nell'arco di poco tempo, e l'aerosol lo bagna dall'esterno. Un tessuto umido perde la capacità di trattenere particelle e diventa un percorso preferenziale per i liquidi invece che una barriera — con la differenza, rispetto a una chirurgica monouso, che l'operatore non ha alcun modo di sapere quando quella soglia è stata superata, perché la mascherina continua ad apparire identica. È il problema tipico dei dispositivi che danno una protezione percepita superiore a quella reale: chi li indossa si comporta come se fosse protetto.
Gli impieghi che restano legittimi esistono e non sono pochi. Il personale amministrativo che lavora alla reception e non entra nelle aree operative, gli spostamenti nelle zone comuni, l'accoglienza dei pazienti: sono contesti senza produzione di aerosol e senza contatto con materiale biologico, dove una mascherina in tessuto svolge la funzione di barriera generica per cui è pensata. Molti studi le adottano anche come elemento di divisa coordinata, e questo è un uso perfettamente sensato purché sia chiaro a tutto il personale che il confine è la porta della sala operativa.
Se si usano, la gestione va trattata come quella di un capo di biancheria sanitaria e non come quella di un accessorio. Vanno lavate dopo ogni giornata di utilizzo, separatamente dagli indumenti personali, alla temperatura più alta compatibile con il tessuto indicata dal produttore. Vanno sostituite quando l'elastico cede o quando il tessuto si assottiglia, perché una mascherina che non aderisce sui lati non fa nemmeno il lavoro generico per cui è stata scelta. E vanno tolte afferrandole dagli elastici, mai dalla superficie frontale.
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